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All’inizio può sembrare un comune dolore alla spalla. Diventa difficile infilare una giacca, prendere un oggetto da uno scaffale o allacciare il reggiseno. Durante la notte il dolore può svegliare, soprattutto quando ci si gira sul lato interessato.

Con il passare delle settimane, la spalla si muove sempre meno. Alzare il braccio richiede compensi con il tronco e anche i movimenti eseguiti con l’aiuto dell’altro braccio risultano limitati. Questa progressiva associazione tra dolore e rigidità è caratteristica della capsulite adesiva, chiamata anche “spalla congelata”.

Una delle informazioni più utili da conoscere riguarda i tempi: la capsulite tende a evolvere lentamente. Il recupero si misura spesso in mesi e in alcuni casi può richiedere più di un anno. Questo non significa che il dolore rimanga invariato per tutto il periodo o che non sia possibile intervenire. Significa che terapie e riabilitazione devono rispettare l’andamento della condizione, senza aspettarsi che poche sedute restituiscano subito tutta la mobilità.

Che cosa succede nella spalla

La testa dell’omero si muove all’interno di un’articolazione rivestita da una capsula, un involucro di tessuto connettivo che contribuisce alla stabilità della spalla e permette un’ampia libertà di movimento.

Nella capsulite adesiva questo tessuto va incontro a cambiamenti infiammatori e, in seguito, a un processo di ispessimento e retrazione. La capsula diventa meno elastica e lascia meno spazio al movimento. Il termine “adesiva” può far pensare che i tessuti siano semplicemente incollati tra loro, ma il processo è più complesso e non è ancora chiarito in ogni suo passaggio.

La limitazione riguarda sia i movimenti attivi, eseguiti dalla persona, sia quelli passivi, nei quali il braccio viene mosso da qualcun altro. Un movimento spesso compromesso è la rotazione esterna, quella necessaria, per esempio, per allontanare l’avambraccio dal corpo mantenendo il gomito vicino al fianco.

La capsulite viene descritta attraverso tre fasi, che possono sovrapporsi e non hanno una durata uguale per tutti.

La fase dolorosa o di “congelamento”

Nella prima fase il dolore tende ad aumentare e può comparire anche a riposo o durante la notte. La mobilità comincia a ridursi. Movimenti prima abituali diventano difficili e i tentativi di raggiungere il limite articolare possono provocare una risposta dolorosa marcata.

In questo periodo il problema principale può sembrare il dolore più che la rigidità. È anche la fase in cui la capsulite rischia di essere confusa con altri disturbi della spalla. Una valutazione clinica serve a distinguere condizioni che possono presentarsi in modo simile.

La fase rigida o “congelata”

Con il tempo il dolore a riposo può diminuire, mentre la rigidità diventa più evidente. La persona riesce a usare il braccio entro uno spazio ridotto, ma incontra difficoltà nelle attività che richiedono di raggiungere la testa, la schiena o una posizione elevata.

Il nome “spalla congelata” non significa che l’articolazione sia completamente immobile. Il movimento disponibile può però essere molto inferiore rispetto all’altra spalla e incidere sul sonno, sul lavoro e sulla cura personale.

La fase di recupero o “scongelamento”

In questa fase la mobilità ricomincia gradualmente ad aumentare. I progressi non seguono sempre un andamento regolare: alcune funzioni possono migliorare prima di altre e possono esserci periodi nei quali il cambiamento sembra minimo.

La divisione in fasi è utile per capire l’evoluzione generale, ma non permette di prevedere una data esatta di guarigione. Le fasi possono sovrapporsi e alcune persone mantengono una certa limitazione anche dopo che il dolore si è ridotto. Per questo è poco realistico assegnare a tutti lo stesso programma o promettere il recupero completo entro un numero prestabilito di settimane.

Perché compare la capsulite adesiva

In molti casi non è possibile individuare un’unica causa. Si parla allora di capsulite primaria o idiopatica. Non è necessariamente la conseguenza di un movimento sbagliato, di una postura scorretta o di un’attività svolta male.

La capsulite può anche svilupparsi dopo un trauma, un intervento chirurgico o un periodo nel quale la spalla è rimasta poco mobile. In questi casi viene definita secondaria. L’associazione non implica che l’immobilità sia sempre evitabile o che la persona sia responsabile della comparsa del problema.

Il diabete è uno dei fattori associati più chiaramente alla capsulite. Nelle persone con diabete la condizione è più frequente e il recupero può risultare meno prevedibile. Esistono associazioni anche con alcune patologie della tiroide, ma la presenza di uno di questi fattori non basta da sola a formulare la diagnosi.

Il dolore può inoltre modificare il modo in cui viene usato il braccio. Evitare ogni movimento per paura di danneggiare la spalla può ridurre ulteriormente le attività quotidiane. All’estremo opposto, continuare a forzare ripetutamente l’articolazione oltre una soglia molto dolorosa può aumentare l’irritabilità e rendere più difficile il sonno. Il carico va quindi adattato alla fase e alla risposta individuale.

Quando chiedere una valutazione

È utile rivolgersi a un fisioterapista quando dolore e rigidità stanno aumentando, il sonno è disturbato o le normali attività diventano progressivamente più difficili. La valutazione comprende la storia dei sintomi, l’osservazione dei movimenti e il confronto tra mobilità attiva e passiva.

La capsulite viene diagnosticata soprattutto attraverso l’esame clinico. Una radiografia o altri accertamenti possono essere indicati dal medico quando servono a escludere artrosi, conseguenze di un trauma o condizioni diverse. Le immagini non sono necessarie nello stesso modo per ogni paziente.

Una valutazione medica è opportuna se il dolore è comparso dopo una caduta importante, se il braccio ha perso improvvisamente forza o se sono presenti febbre, gonfiore evidente o un malessere generale non spiegato. Anche un dolore associato a sintomi toracici o difficoltà respiratoria richiede un controllo tempestivo.

Se la persona ha diabete o sospetta un disturbo metabolico o tiroideo, può avere senso parlarne con il medico. Il fisioterapista può riconoscere gli elementi che richiedono un approfondimento, ma non sostituisce la valutazione e la gestione medica di queste condizioni.

Quali trattamenti possono aiutare

La prima linea di gestione è generalmente conservativa. L’obiettivo iniziale non è forzare la spalla fino a recuperare subito ogni grado di movimento, ma ridurre l’impatto del dolore e mantenere un livello di attività compatibile con la fase della capsulite.

La fisioterapia può comprendere informazione sul decorso della condizione, esercizi per la mobilità ed esercizi progressivi per la capacità del braccio e della spalla. Le tecniche manuali possono essere utilizzate come supporto quando aiutano a gestire il dolore o a lavorare sul movimento, ma non esiste una manovra capace di “staccare” la capsula e risolvere rapidamente il problema.

Il dosaggio conta. Quando la spalla è molto dolorosa e reattiva, sono in genere più tollerabili movimenti controllati entro un’ampiezza accettabile. Le mobilizzazioni aggressive e lo stretching intenso non sono automaticamente più efficaci e possono lasciare la spalla più dolorosa nelle ore successive. Quando l’irritabilità diminuisce, il lavoro può essere gradualmente ampliato.

Le infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi possono offrire un beneficio sul dolore nel breve periodo, soprattutto nelle fasi iniziali in cui il dolore è predominante. Si tratta di una procedura medica: indicazioni, controindicazioni e possibili effetti devono essere valutati dal medico. L’eventuale riduzione del dolore può creare condizioni più favorevoli per il movimento e per un programma di esercizio, ma non equivale a una guarigione immediata della capsula.

Nelle persone che continuano ad avere una limitazione importante nonostante un percorso conservativo adeguato, il medico specialista può discutere altre opzioni, tra cui procedure eseguite in anestesia o chirurgiche. Il principale studio comparativo condotto in ambito specialistico non ha rilevato, a dodici mesi, una superiorità clinicamente rilevante della chirurgia artroscopica o della manipolazione in anestesia rispetto a un percorso strutturato di fisioterapia associato a infiltrazione. Le procedure più invasive non rappresentano quindi un passaggio automatico per ogni capsulite.

Come gestire la vita quotidiana durante il recupero

Restare attivi è possibile, ma alcune attività possono richiedere modifiche temporanee. Gli oggetti utilizzati più spesso possono essere collocati a un’altezza facilmente raggiungibile. Per vestirsi può essere utile infilare per primo il braccio più rigido e sfilarlo per ultimo, evitando movimenti rapidi nelle direzioni più limitate.

Durante la notte si può cercare una posizione che non comprima direttamente la spalla. Un cuscino sotto l’avambraccio può sostenere il braccio e ridurre la trazione percepita. Non esiste però una posizione corretta valida per tutti: conta trovare quella che permette di dormire con meno interruzioni.

Gli esercizi assegnati non devono diventare una prova di resistenza al dolore. Un lieve fastidio durante il movimento può essere compatibile con il percorso. Una risposta intensa che dura a lungo, peggiora il riposo notturno o riduce la funzione il giorno successivo suggerisce invece che volume o intensità vadano rivisti.

Anche quando i cambiamenti sono lenti, il percorso può essere controllato attraverso indicatori concreti: dormire con meno risvegli, vestirsi con minore difficoltà o raggiungere un ripiano prima inaccessibile. Misurare soltanto quanti gradi guadagna la spalla rischia di non rappresentare tutti i miglioramenti utili nella vita quotidiana.

Il recupero non dipende dal forzare abbastanza l’articolazione. Richiede un programma adattato alla fase, verificato nel tempo e modificato in base alla risposta della persona. Sapere fin dall’inizio che la capsulite può durare molti mesi permette di interpretare correttamente i progressi e di evitare aspettative incompatibili con l’andamento reale della condizione.

Fonti

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