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Quando si parla di epicondilite laterale, la prima immagine che viene in mente è un giocatore di tennis che si massaggia il gomito dopo un match. Eppure i giocatori di tennis rappresentano solo il 5% di tutti i casi visti nella pratica clinica. Chi riempie il restante 95%? Persone comuni, con lavori ordinari, che spesso non sanno nemmeno come si tiene una racchetta in mano.

Chi colpisce davvero

Colpisce tra l’1 e il 3% della popolazione adulta, con un picco tra i 45 e i 54 anni. I fattori di rischio più documentati sono il sesso femminile, il fumo e il lavoro manuale ripetitivo.

Sul fronte lavorativo, il rischio aumenta con le attività che caricano in modo ripetuto i tendini dell’avambraccio: muratori, carpentieri, cuochi, chi usa strumenti vibranti, chi passa ore al computer con posture scorrette. La racchetta è marginale. Il mouse, la cazzuola, il coltello da cucina sono ben più rilevanti.

Quello che succede nel tendine

Il nome “epicondilite” contiene la parola “ite”, che in medicina indica infiammazione. È un nome sbagliato, rimasto per inerzia.

Quello che si trova guardando il tendine al microscopio non è infiammazione. È un tessuto deteriorato, con fibre di collagene disorganizzate e vasi sanguigni che proliferano dove non dovrebbero. Il tendine ha provato a ripararsi, più volte, e non ci è riuscito. Questo cambia tutto nel modo in cui si affronta il problema.

Perché il riposo totale spesso peggiora le cose

La reazione istintiva al dolore al gomito è smettere di usarlo. È comprensibile, ma non aiuta il tendine a guarire.

Il tendine non ha infiammazione da spegnere con il riposo. Ha fibre deteriorate che hanno bisogno di essere sollecitate in modo graduale per tornare a funzionare. Senza stimolo meccanico, non si riorganizzano. Il riposo prolungato non guarisce il tendine: lo lascia com’è, o lo indebolisce ulteriormente.

Diversi studi su migliaia di pazienti arrivano alla stessa conclusione: chi si muove recupera meglio di chi aspetta fermo. L’unica eccezione è il dolore nelle prime settimane, dove il cortisone vince. Ma è una vittoria breve.

Il problema con le iniezioni di cortisone

Le iniezioni di corticosteroidi riducono il dolore rapidamente e per questo sono ancora molto usate. Il problema è quello che succede dopo.

Il cortisone agisce come antinfiammatorio. Ma il tendine con epicondilite non è infiammato: è degenerato. Quindi l’iniezione non risolve il meccanismo alla base del dolore, lo copre. Quando l’effetto svanisce, i sintomi tornano. I tassi di recidiva dopo infiltrazione di corticosteroide sono significativamente più alti rispetto a chi ha seguito un percorso riabilitativo attivo. A breve termine il dolore si riduce, ma l’effetto si esaurisce e i sintomi tendono a ripresentarsi.

Cosa funziona

Nessun trattamento singolo risolve l’epicondilite laterale in modo definitivo. L’approccio con più supporto dalla letteratura recente combina esercizio progressivo e rieducazione del carico, con o senza terapia manuale a seconda della situazione.

L’obiettivo è ricaricare il tendine in modo graduale, con un’intensità che il tessuto riesca a tollerare e a cui possa adattarsi. Esercizi isometrici, eccentrici e concentrici progressivi hanno tutti dimostrato effetti positivi, con programmi differenti a seconda della fase e della tolleranza al dolore del paziente.

Il processo richiede tempo. I tendini si adattano lentamente, e un piano ben strutturato si misura in settimane. Ma a differenza del riposo passivo o del cortisone ripetuto, agisce sul meccanismo che ha generato il problema.

Quando rivolgersi a un medico

Un dolore al gomito che dura più di sei settimane, che si aggrava durante o dopo attività manuali, che si accompagna a riduzione della forza di presa o a formicolii, merita una valutazione clinica. Alcune condizioni come la sindrome del tunnel radiale o una neuropatia del nervo radiale possono presentarsi in modo simile e richiedono un inquadramento diverso.

La diagnosi corretta è il punto di partenza.

 

Fonti

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